domenica 3 aprile 2011

Windows that kill: finestre che uccidono. Il Male Elementale.



Non potevano avere cognomi peggiori: lui Domenico Serva, lei Giselda Fallito. Certo sarebbe stato più esatto se i cognomi fossero stati abbinati al sesso. Comunque sia, fra una Serva e un Fallito, anzi fra un Serva e una Fallito, le cose non potevano funzionare. Non avrebbero mai funzionato. Infatti, non funzionarono. 
Lui, Domenico, quell'afoso mattino del 7 agosto del 1951, era nel cortile con delle vicine di casa. Si sfogava con esse. Parlava concitato delle sue miserie. Siamo nei primi anni del dopoguerra. La fame si fa sentire ovunque, specialmente nelle periferia disastrate di Roma. Primavalle è una di queste. Domenico ha tre figli da mantenere. Oltre la moglie. Ma le sue miserie non sono quelle economiche. Bensì quelle umane. Giselda le ha appena consegnato una lettera dove ammette i suoi tradimenti. Lui lo aveva sempre sospettato. Ma non ne aveva le prove. Infine, Giselda lo ha ammesso. E' disperato il povero Domenico. Le donne che lo ascoltano non possono non sentire nei confronti di quell'uomo un senso di pietà. Ora capiscono i litigi fra i due. Davano la colpa a lui. Ma era lei l'artefice di tutto. Era lei a esasperarlo. E mentre cercano di confortarlo, su, al terzo piano si apre la finestra. Vedono affacciarsi la svergognata moglie di Domenico. Le donne provano un senso di repulsione nel vederla. Si sentono in qualche modo tradite, perché credevano che fosse, come loro stesse, vittima innocente delle angherie del marito. Non immaginavano quanto potesse essere perfida. Infatti, nella lettera, ammette più di un tradimento. Ma... Giselda fa qualcosa che proprio non si aspettavano. Spalanca la finestra. Si mette in piedi sul davanzale. Giù, nel cortile rimangono tutti con il fiato sospeso. Adesso dimenticano la cattiveria di quella ingrata, vorrebbero fermare il suo gesto. Ma non fanno in tempo a dire "a" che Giselda fa un passo avanti e si butta giù. Le donne urlano isteriche. Il tonfo del corpo che si abbatte sul selciato, il rumore delle ossa che si spezzano, è quanto di più lugubre abbiano mai udito.

23 giugno 1995. Busto Arsizio. Adesso invece è notte. Diego Gibellini è arrabbiato con suo figlio Davide. Lo ha rimproverato perché racconta tutto quello che si dicono a sua madre, Nives Faggetti. Diego e Nives sono separati da pochi mesi, e Davide una volta alla settimana va a dormire da lui. Quella sera, Diego è scontroso con Davide. Ma sono solo parole. Dopotutto è un ragazzino, anzi un bambino, ha solo 10 anni. Domani mattina cercherà di parlarci. Adesso dorme. Anche Diego va a dormire. Ma una frescura, una brezza lo sveglia. Non riesce a capire da dove provenga dato che ha chiuso tutto. Si alza per controllare. Si accorge così che Davide non è a letto. Come è possibile? Forse è in bagno. Poi nota la fonte di tanta frescura. E' la finestra. E' aperta. Strano, ricordava benissimo di averla chiusa. Si avvicina per serrarla quando l'occhio gli cade giù da basso. E rimane ammutolito dal terrore. Davide è nel cortile di sotto. In un lago di sangue. Corre a perdifiato giù per le scale per tutti e sei i piani. Non prende neppure l'ascensore. Corre, corre, corre. Fa come se il suo correre potesse fermare la caduta del figlio. Che ormai è avvenuta. Inevitabile. Davide si è buttato dalla finestra. Il tonfo è stato talmente assordante che gli inquilini dei piani inferiori lo hanno sentito. Adesso, Diego si dispera. Davide è ancora vivo. Ma non riprenderà conoscenza. Morirà poco dopo.
L'eco assassina del salto nel vuoto di Giselda si ripete e rimbomba in quella di Davide Gibellini.


Abbiamo qui due storie di suicidio. Una donna, madre di tre figli, che non resiste alla vergogna. Forse non ammette che il marito parli delle loro cose in pubblico. O forse, molto probabilmente, era un gesto premeditato, poiché scrivere quella confessione sembrerebbe un preludio al suo gesto.
Il piccolo Davide, invece, si è suicidato per un rimprovero del padre. Ma, verosimilmente, c'è di più: non ha resistito allo stress della separazione de suoi genitori.
Qual è la morale: l'occasione fa l'uomo ladro e una finestra aperta fa del depresso un suicida? 
Quali sono le colpe di Domenico Serva e di Diego Gibellini, quelle di non aver saputo prevedere il gesto dei loro cari, di non aver letto fra le righe, di non aver capito? E come potevano? Non erano degli psichiatri. La depressione uccide e fa uccidere. Ma neppure la psichiatria riesce sempre a fermare il gesto estremo dei depressi.

Cosa dire? I genitori non dovrebbero separarsi mai e le mogli dovrebbero essere sempre fedeli? Forse… forse avevano ragione i nostri avi: il pater familias non deve essere messo in discussione. L’uomo comanda sulla donna e sui figli. Data questa regola non assisteremo più a tali tragedie. Invece, il divorzio, l'emancipazione della donna, la troppa libertà ai figli, ecco che scatena drammi di tal genere. 


Questo è quello che dovevano aver pensato Domenico e Diego, vittime essi stessi del gesto estremo dei loro cari. Perché su di loro cade tutto il senso di colpa. Su di loro permane la devastazione.
I magistrati fanno il loro dovere. Archiviano i casi. Non si deve indagare troppo intorno ai suicidi perché si alimenta il dolore.

Pater familias





Giselda Fallito non muore sul colpo. In qualche modo sopravvive. Fra atroci tormenti dovuti alle ossa fratturate, agli organi interni spappolati. I medici sono scettici, non pensano che si salverà. Ma ce la mettono tutta. Il pietoso magistrato di turno è costretto a chiedere alla donna del perché di quel gesto. Ne avrebbe fatto volentieri a meno. Tuttavia, il dovere glielo impone. La lettera. La lettera dove lei ammette i tradimenti. Dove si accusa. Il magistrato non le chiede nulla in merito. Questa donna sta per morire. Non servirebbe a nulla se non a tormentarla ancora di più. Ma è Giselda a parlane, forse vuole liberarsi di un peso. L’uomo di Legge le sussurra che non ha importanza. Quel che è stato è stato. Ma Giselda insiste. E il Magistrato inorridisce: la lettera l’ha scritta su coercizione del marito. Lei è una donna morigerata, non avrebbe mai commesso un tradimento. Anzi, è lui che la tradisce quotidianamente. Il giorno prima l’ha riempita di botte davanti ai figli costringendola a confessare cose che lei non aveva mai commesso. Infine, le ha dato un ultimatum: o ti butti dalla finestra o ti uccido davanti ai tuoi figli. Giselda, terrorizzata rimane chiusa per tutta la notte in camera con i figli. Teme per loro. Pensa che non si butterà dalla finestra non solo Domenico ucciderà lei ma sopprimerà anche i figli.
Il Magistrato raccoglie in punto di morte la parole di Giselda. Interroga le vicine che hanno assistito alla tragedia. Esse, in effetti, avevano notato che Domenico guardava verso la finestra di casa continuamente. Che parlava sì, del tradimento della moglie, ma in qualche modo era distratto da quella finestra. I figli confermano che Giselda veniva picchiata spesso in modo violento; specie il giorno prima che si buttasse dalla finestra.
Il Magistrato riflette: in effetti perché Giselda prima di morire invece di chiedere perdono ai figli per quello che sta per fare, si mette a scrivere una lettera dove si accusa di vari tradimenti? Una libertina e il senso di colpa sono una contraddizione in termini.
Per Domenico scattano le manette.


Decesso a seguito di precipitazione” ovvero suicidio. E così che viene archiviato il caso di di Davide Gibellini.
Ci sono gli investigatori alla Dashiell Hammett, il grande scrittore padre dell’Hard Boiled School, quello che ha inventato l’investigatore privato di Sam spade e ha ispirato Raymond Chandler, il padre di Philip Marlowe. Sono personaggi da romanzo. Però qualcuno esiste per davvero. Per esempio l’ispettore Walter Solbiati.

Sam Spade, interpretato da Humphrey Bogart nel Falcone Maltese


Dopo che il caso di Davide Gibellini è stato archiviato, l'ispettore si mette alle costole di Diego, lo tampina, lo cerca, lo provoca: “Ciao Diego, come va?” gli chiede quando lo vede per strada.
L’altro risponde in modo evasivo: “Così così.”
“Vedrai che tutto si aggiusta” ribatte il poliziotto sorridendo. Poi lo fissa e gli chiede a bruciapelo: “Lo hai buttato tu dalla finestra Davide, vero?”.
Quello non replica, gli volta la schiena e se ne va.
“Buona giornata Diego” gli grida l’ispettore con fare affabile.
Walter Solbiati crede agli psichiatri quando asseriscono che un bambino può anche suicidarsi ma crede molto di più a Nives Faggetti, la madre di Davide, la quale fin da subito aveva accusato il marito. L’ispettore aveva visto come la donna si era opposta in tutti i modi all’archiviazione del caso come suicidio. Era rimasto scosso e sbalordito dalla sua caparbietà davanti al magistrato. Potevano essere le elucubrazioni di una madre che non accetta il suicidio del figlio e per questo vuole accusare il marito. Nives asseriva che Davide era felice perché aveva appena ricevuto in regalo un gattino. Non aveva motivo per uccidersi. Soprattutto una frase aveva colpito l’ispettore: “Diego era manesco. Alle due di notte mi svegliava dandomi ceffoni. Rimuginava sui suoi pensieri e poi non sapeva trattenersi dall’essere violento con me e con suo figlio. Davide è precipitato dalla finestra alle due di notte. Per questo ho subito pensato che fosse stato lui a buttarlo giù. Lo ha fatto per ferirmi, per vendicarsi di me. Di suo figlio, non gliene è mai fregato nulla.”
Il poliziotto crede a queste parole. Crede alla coincidenza dell’ora: alle due di notte Diego perde il controllo dei propri impulsi Poi c’è un altro particolare: guarda caso Diego si è svegliato proprio pochi istanti prima che il figlio si buttasse dalla finestra. Una premonizione? O una premeditazione? E così decide di non mollarlo. Fa in modo di incontrarlo spesso. Vuole metterlo sotto stress. Non dargli tregua. La tattica pare funzionare, Diego cerca di evitarlo in tutti i modi. Finché non arriva ad assentarsi dal lavoro, staccare il telefono e chiudersi in casa. Dopo 15 giorni, Walter Solbiati decide di agire, con l’aiuto dei pompieri riesce a entrare nell’appartamento al sesto piano. Diego è a letto. L’ispettore lo descriverà come un fantasma. Non appena lo vede, Diego lo prende per un braccio e dice: “Avevi ragione tu, sono stato io a  buttare Davide fuori dalla finestra.”
Il bambino, racconterà il suo assassino, stava dormendo. Lui lo prende, lo solleva. E lo porta alla finestra. In quel momento Davide si sveglia, si stropiccia gli occhi, disorientato chiede cosa stia succedendo. Per tutta risposta Diego lo lascia andare. Il piccolo Davide precipita con l’angosciante visione di suo padre che lo osserva. Non emette neppure un grido dalla sorpresa.

Nei videogames esiste il concetto di Male Elementale, 

Il Male secondo l'iconografia corrente. In verità il Male ha il volto dell'uomo comune

ovvero di un’entità che raffigura il Male allo stato puro, il Male come elemento quale potrebbe essere l’acqua, l’aria, la terra. I casi di Domenico Serva e Diego Gibellina sono ben rappresentativi di tale visione video ludica applicata alla realtà.

Il fatto che Domenico non abbia spinto materialmente la moglie dalla finestra ma l’abbia indotta a defenestrarsi da sola, è un aggravante o meno della sua colpa? È senza dubbio un aggravante poiché implica che ai danni di questa donna è stata compiuta un’opera di distruzione, sfacelo, annientamento della propria volontà che è durata anni. Al Serva non gli importava assolutamente nulla dei figli, per questa poteva privarli della madre. Si tratta di un uomo abbietto, prevaricatore, immorale che vuole disfarsi di una presenza scomoda ma senza assumersene direttamente la responsabilità. Così poi potrà fare i comodi suoi. Non esiste nessuna progettualità del futuro della propria famiglia senza il sostegno di Giselda. Come avrebbe allevato da solo i figli? Non era questo un problema da considerare, secondo lui. Eravamo in tempi in cui, per l’appunto, esisteva il concetto di capo famiglia. Il maschio poteva picchiare, stuprare, asservire la moglie e la Legge non interveniva.
Nel caso di Diego, il Male è Totale, poiché mentre il fine di Domenico tutto sommato ha un che di utilitaristico, dalla morte della moglie ne trarrà il beneficio di fare quello che vuole, per Diego si tratta di puro dispetto, di mera vendetta. Ma il concetto base è sempre quello del pater familias, ovvero del diritto di vita e di morte del capo famiglia su moglie e figli.
Sembrerebbe che almeno in Diego alla fine sia prevalso il senso di colpa. Io credo piuttosto che sia crollato per la pressione alla quale lo aveva sottoposto l’ispettore Solbiati. Diego è un uomo egoista, violento, intollerante. Ma non per questo è un duro. Anzi, è un debole, un rivendicativo, un rancoroso che si sfoga con persone più deboli di lui. Secondo una certa prospettiva psichiatrica, Diego ha voluto esprimere nella morte del figlio il proprio intento suicidiario. Davide gli somigliava talmente tanto che la sua morte è la rappresentazione della propria morte. Io non la vedo così. Al contrario, la morte di Davide rappresenta il suo intento omicidiario. Uccidere il figlio è la rappresentazione della morte della moglie. Ammazzando Davide uccide Nives. Ed è proprio quello che voleva ottenere ed ha ottenuto.
I due loschi figuri meriterebbero un ritratto nella galleria degli orrori.
Però, c’è in queste storie anche il concetto di Bene Assoluto. Giselda, si uccide per evitare il sacrificio dei figli. Pur nella sua debolezza, dimostra una forza morale ammirevole. Nives, dal canto suo, sa che il figlio era da lei amato e non avrebbe pensato mai al suicidio. Il bisogno di Giustizia per Davide e il suo atto d’amore.

 Alla fine, il vero “uomo”, il vero pater familias, è la donna. Almeno in queste tristi vicende appena narrate. 

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